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| INDICE
Cosa significa costruire un modello spaziale |
CAPITOLO VIII L'adozione sistematica di dispositivi di recupero si
è dimostrata utilissima al fine di salvaguardare il modello nella fase
di discesa e di evitare che provochi danni a cose e persone al momento
di arrivare al suolo. Questo problema è tanto più sentito quanto più pesante
è il modello, cosicché sono state sviluppate tecniche di complessità e
perfezione tali da essere applicabili ai diversi tipi di modelli. In via
preliminare possiamo dire che la scelta del dispositivo più opportuno
dipende dal peso del modello completo, dal peso dell'ultimo stadio, dal
tipo di carico trasportato, ecc.
Fig. 82. I modellisti si servono di dispositivi di resupero per permettere un atterraggio morbido dei loro modelli: ottengono così di evitare incidenti e di far volare il loro modello più volte. I vari dispositivi di recupero sono fondamentalmente
diversi l'uno dall'altro, ma si accomunano nella causa che li fa funzionare:
sono cioè azionati tutti dalla rapida combustione della carica di espulsione
e dai conseguenti forti quantitativi di gas che mettono in pressione l'interno
del corpo del razzo. Recupero per espulsione dell'ogiva Non è noto quando questo meccanismo sia
stato adottato per la prima volta e da chi, ma si sa che già nel 1958
fu usato a Denver in maniera sistematica su semplici modelli per il collaudo
di motori; si può dire che si ha notizia di qualche uso precedente da
parte di qualche costruttore che fino allora aveva usato un sistema a
paracadute e che si accorse per caso della maggior semplicità di questo
metodo.
Fig. 83. Dispositivo di Thompson. La fig. 84 mette in evidenza i particolari costruttivi;
va segnalato e messo in evidenza che l'atterraggio per espulsione di ogiva,
per quanto morbido é sempre una fonte potenziale di rottura, soprattutto
nei riguardi delle pinne: è quindi necessario costruire , modelli sufficientemente
robusti, curando soprattutto i particolari più deboli e realizzando ad
esempio le pinne con materiale plastico infrangibile.
Fig. 84. Modello con dispositivo di recupero basato sulla espulsione dell'ogiva. Il pezzo di corda, o l'elastico; che collega corpo e
ogiva, deve avere una lunghezza pari alla lunghezza complessiva del modello:
in genere si usa la corda, ma quando l'ogiva comincia ad avere un peso
discreto si preferisce senz'altro l'elastico, perché è in grado di resistere
meglio allo strappo che si manifesta quando c'è l'espulsione dell'ogiva.
Generalmente va benissimo un elastico di 2-3 mm di diametro.
Fig. 85. Sistema di sicurezza "a ponte" da usare nei modelli di grandi dimensioni. Recupero a nastro Quando un modellista vuole ottenere una discesa più lenta
e anche riuscire a vedere la sua creazione a grandi altezze, si serve
di un dispositivo di recupero "a nastro": arrotola cioè e sistema
dentro il corpo una striscia di carta o plastica di colore acceso, espulsa
al momento del distacco dell'ogiva, che è visibile da terra e che introduce
una resistenza ulteriore in fase di discesa.
Fig. 86. Il dispositivo di recupero a nastro può essere facilmente installato su qualsiasi modello con ogiva estraibile, come quello rappresentato in fig. 84. La striscia di carta ha in genere una larghezza di 2-3 cm e una lunghezza di 30-40 cm; il suo colore deve essere vivace, rosso o ancor meglio giallo-arancione; il suo costo e addirittura ridicolo. Anche la sistemazione del nastro nel corpo non presenta difficoltà, per quanto richieda precauzioni speciali al fine di salvaguardare il nastro dall'effetto nocivo dei gas caldi della carica di espulsione; la soluzione migliore è quella esposta nella fig. 87, in cui si vede che, per creare una specie di isolamento, è stato introdotto un tampone di ovatta o tessuto: quando i gas pressurizzano il corpo e scatta il sistema di recupero, anche questo tampone viene espulso.
Fig. 87. Protezione del nastro con tampone di carta o tessuto. A ulteriore protezione si usa sistemare il nastro in una maniera particolare, piegandolo e arrotolandolo in maniera opportuna e poi incartandolo in una guaina: la figura mostra tutti i particolari e fornisce chiare indicazioni sulle modalità di costruzione. Al momento dell'espulsione la resistenza dell'aria provoca
il disfacimento dell'involucro, dispiegando completamente il nastro; il
nastro viene arrotolato, avvolto nel suo involucro, legato a mo' di salsiccia
con il suo filo e sistemato all'interno del corpo, tenendo presente che
però è imprudente infilarlo a una profondità maggiore di 2-3 cm. Bisogna
poi ricordare che i1 nastro ha un peso, di cui bisogna tener conto nella
verifica di stabilità e nella sua regolazione.
Recupero a paracadute Il recupero a paracadute non è un'arte recente, ma risale
ai tempi dei Cinesi ed è stato certamente usato nei fuochi di artificio, oggi quasi tutti í moderni missili di ricerca
lo hanno in dotazione, perché in questo caso indispensabile far tornare
a terra indenni i delicati strumenti di bordo; il dott. Robert G. Goddard
recuperava i suoi mezzi con un paracadute; anche molti missili-sonda come
l'Arcas e l'Aerobee H, vengono così recuperati.
Fig. 88. Modello con recupero a paracadute. Per piegare il paracadute in modo corretto si possono seguire le istruzioni di fig. 89: si ottiene cosi qualcosa di estremamente compatto e di dimensioni adatte a essere sistemato nel corpo. È opportuno però provvedere precedentemente a una guaina protettiva, così come si è fatto per il dispositivo di recupero a nastro, allo scopo di proteggere il paracadute: al momento della espulsione il paracadute si spiega completamente, realizzando cosi un atterraggio morbido e sicuro. Questo modo di procedere è privo di inconvenienti, purché si sia presa la precauzione di piegare il paracadute in maniera tale da infilarlo comodamente nel corpo, essendo così sicuri che ne possa scivolare fuori senza fatica.
Fig. 89. Come si piega un paracadute. Questo tipo di paracadute realizzato con un semplice quadrato di plastica non è quanto di meglio si possa costruire: in effetti la forma che siamo abituati a vedere nelle applicazioni pratiche è sempre tondeggiante e mostra in maniera molto evidente che è stata ottenuta cucendo insieme un certo numero di " spicchi " di forma opportuna (fig. 90). Si ottiene così una forma quasi semisferica che conferisce al paracadute una buona stabilità e un notevole coefficiente di resistenza, perché è come se l'aria urtasse nel fondo di una tazza rovesciata e fosse costretta a uscire in corrispondenza del bordo. Il coefficiente di resistenza (Ca) può arrivare anche a un valore di 1,4 ( il suo valore più alto), ma è veramente difficile realizzarlo: ci si deve così aspettare valori leggermente superiori alla unità, che però rappresentano già un miglioramento sensibile rispetto al paracadute piatto caratterizzato da un coefficiente di resistenza pari circa a 0,75.
Fig. 90. Paracadute di forma semisferica costruito cucendo insieme tanti spicchi di dimensioni opportune. Il modellista che non si sente in grado di realizzare un paracadute come quello indicato può ricorrere a un diverso modo di procedere, molto semplice e in grado di comportare un elevato coefficiente di resistenza: per imitare la forma semisferica può ritagliare da un foglio di plastica un ottagono e collegare a ogni vertice un pezzo di spago (fig. 91). Un paracadute di questo tipo ha una efficienza abbastanza buona ed e caratterizzato da una estrema facilità di esecuzione cosicché anche il principiante è in grado di conciliare le sue esigenze di semplicità di costruzione con quelle di un buon rendimento.
Fig. 91. Un paracadute abbastanza efficiente può essere ottenuto da un semplice telo tagliato ad ottagono. E' interessante notare che un paracadute risente dell'effetto del vento: anche in presenza di deboli correnti d'aria, il suo modo di discendere non è puramente verticale, ma è caratterizzato da una traiettoria inclinata e soggetta a sbandamenti e oscillazioni. La fig. 92 mette in evidenza che per effetto della combinazione del moto discensionale del paracadute e di quello orizzontale del vento, tutto avviene come se ci fosse un " vento relativo " caratterizzato da una specie di " angolo di attacco p; si manifesta di conseguenza una forza aerodinamica di sostegno, localizzata sulla parte dell'orlo da cui l'aria si allontana che rende ancora più lenta la discesa.
Fig. 92. Diagramma illustrante il tipico fenomeno del veleggiamento nell'aria di un paracadute. Non è raro vedere modelli che restano per molto tempo appesi in aria al loro paracadute - quando il recupero ha luogo in condizioni di tempo molto ventoso - e il cui atterraggio avviene a volte in luoghi tanto distanti e imprevedibili, da rendere praticamente impossibile il ritrovamento. Un modello costruito dall'autore una volta andò perso perché cominciò à veleggiare con tutto il suo paracadute e sparì dietro un ponte che si trovava a 2 km di distanza: eppure niente lasciava supporre quanto sarebbe successo, perché la velocità del vento non raggiungeva i 20 km/h e il dispositivo di recupero scattò ad appena 15 m di altezza. L'insegnamento tratto da questa spiacevole esperienza si può così sintetizzare: il paracadute deve essere sempre provato in via sperimentale prima di affidargli un modello da riportare a terra, se si vuole evitare la possibilità di perderlo. A causa della continua presenza di brezze e venticelli, tutti i paracadute semisferici e ottagonali tendono a veleggiare. Non bisogna dimenticare che anche, per un sistema cosi fatto - modello più paracadute - esistono problemi di stabilità analogamente a quanto succede per il solo modello nella fase di volo. Non è il caso di dilungarsi a considerare tutti gli aspetti teorici della questione, anche perché bastano in genere cognizioni abbastanza superficiali: può essere sufficiente mettere in evidenza che, a causa della spinta ascensionale esercitata sul paracadute, si manifestano a volte oscillazioni e irregolarità di discesa. Non si parla quasi mai di instabilità vera e propria, ma piuttosto di un comportamento dinamico incerto e poco prevedibile: da questo punto di vista il comportamento peggiore è presentato senz'altro dal primo tipo di paracadute che abbiamo preso in considerazione - quello piatto - causa di una discesa poco graduale. Il fenomeno è apprezzabile anche visivamente, perché questo genere di paracadute scende giù svolazzando, con l'aria che gonfia alternativamente l'uno o l'altro dei suoi lati e introduce così notevoli oscillazioni. Al posto di instabilità di tipo pendolare, qualche volta si manifestano moti rotazionali {a mo' di trottola) i quali, pur essendo abbastanza spettacolari, sono tuttavia da considerare sintomi di comportamento irregolare. Qualunque disturbo tende ad aumentare la velocità di discesa; se poi le oscillazioni sono molto forti si può arrivare anche a compromettere la sicurezza di atterraggio, perché la velocità di impatto supera quella ammissibile ai fini di un buon rientro. In linea di principio si può affermare che la lunghezza delle corde gioca un ruolo importante sulla stabilità del sistema; considerazioni teoriche e osservazioni, sperimentali indicano in modo concorde che è meglio servirsi di corde abbastanza lunghe perché la stabilità cresca. Per un paracadute semisferico, si può ritenere che la lunghezza minima da assegnare alla corda si aggiri intorno a una volta e mezzo il diametro del paracadute; per i paracadute piatti si può dire che, per quanto il loro comportamento sia in genere soddisfacente, è tuttavia difficile ottenere condizioni discrete di stabilità giocando semplicemente sulla lunghezza delle corde: è meglio quindi non esagerare, ma sceglierne un numero tale da arrivare a una struttura abbastanza raccolta. L'esperienza dell'autore conferma che sono necessarie almeno sei corde o, preferibilmente, otto. Per ottenere una discesa ancora più regolare ed eliminare praticamente tutti i disturbi, si può ricorrere a un sistema che viene comunemente usata nel paracadute vero e che consiste nel ricavare al suo centro un piccolo foro: in questo modo il flusso di aria è molto più regolare, ma per evitare un dannoso aumento di velocità discensionale è prudente che il suo diametro non superi il 5% del diametro complessivo. Jan Bogdan di Norwalk (Connecticut) sostiene che la forma ideale non è quella circolare, ma piuttosto la stellata, che permette un migliore adattamento all'esigenza di discesa, in quanto i vari spicchi possono aprirsi e aumentare, se è il caso, la quantità di aria che attraversa il paracadute. Non stiamo a spiegare perché una soluzione di questo tipo contribuisce a migliorare le condizioni di recupero: il motivo primo consiste proprio nella maggiore regolarità del flusso di aria, che diminuisce così la propria turbolenza e non è più in grado di esercitare azioni irregolari. Sulla superficie del paracadute è anche interessante notare come quasi tutti i tipi di paracadute diano l'idea di "respirare" durante la discesa: questo effetto, del resto abbastanza bello a vedersi, è dovuto all'azione dell'atmosfera circostante in moto turbolento e alle condizioni dinamiche di volo.
Fig. 93. I modelli più grandi richiedono paracadute semisferici ricavati da più parti cucite insieme; è bene che siano cucite anche le corde. Il materiale usato è generalmente la seta oppure il nylon. Come abbiamo visto, un paracadute non è un corpo aerodinamico statico, ma oscilla e ondeggia: si può anche parlare di una velocità di "stallo" che è particolarmente evidente nella fase di apertura.
Fig. 94. J. Witkowsky, di Varsavia (Polonia), con in mano un suo modello dotato di paracadute semisferico. La foto è stata ripresa durante il I Campionato internazionale, svoltosi nel 1966. Ci sono due "velocità critiche" di un paracadute. La prima è la velocità critica di apertura, definita come la minima velocità alla quale il paracadute si apre completamente sotto l'effetto dell'azione aerodinamica. A velocità inferiori la spinta dell'aria è insufficiente a spiegarlo, per cui il modello cade a terra con il paracadute ancora chiuso e sballottato qua e là dal vento. La velocità critica di apertura dipende dalle dimensioni e dal materiale: i paracadute più piccoli e realizzati in materiale plastico non poroso si aprono abbastanza facilmente, cosicché non c'è quasi mai da temere sulla sorte del modello. Ma all'aumentare delle dimensioni le condizioni di apertura diventano più difficili soprattutto se si cominciano ad adottare materiali porosi come seta o nylon, perché l'aria può passare attraverso la trama invece di indirizzarsi verso il foro centrale. I paracadute più grandi non entrano in funzione subito dopo l'espulsione, ma vanno soggetti a svolazzamenti per tutto il tempo necessario a raggiungere la velocità critica di apertura: questo intervallo di tempo può anche essere eccessivo in modo da rendere impossibile un recupero corretto, come accadde una volta all'autore quando montò su un suo modello un paracadute di dimensioni eccessive {diametro di circa 1 m); solo successivamente al volo, terminato con un disastro, risultò evidente da prove sperimentali che la sua velocità di apertura era praticamente irraggiungibile, perché superiore a 20 km/h. La velocità critica di apertura può essere fonte di notevoli preoccupazioni per quei modellisti che in gara usano paracadute troppo grandi, perché l'apertura è molto ritardata e il modello precipita per un dislivello notevole prima di raggiungere la velocità sufficiente. Un paracadute ha anche una velocità critica ,di chiusura: quando il modello cade giù troppo velocemente, il paracadute non è più in grado di aprirsi e continua a svolazzare. Anche questa grandezza dipende dalle dimensioni e dal materiale: i paracadute piccoli e di materiale non poroso possiedono una velocità di chiusura abbastanza elevata mentre l'inverso capita per quelli più grandi, soprattutto se di seta o nylon. Quando un paracadute si apre, si manifestano tensioni in tutto il sistema perché la resistenza aerodinamica aumenta e le accelerazioni sono elevate: si possono creare quindi sollecitazioni eccessive in punti particolari, come all'attacco delle corde di sostegno. In parole povere si può dire che si manifesta una specie di strattone, tanto più forte quanto maggiore è la velocità e più pesante il modello. I pericoli più frequenti a cui si va incontro sono rappresentati da un distacco o rottura delle corde o addirittura da un laceramento del paracadute. I modelli al di sotto dei 100 g di peso sono riportati a terra in maniera soddisfacente da un paracadute di plastica, con le corde semplicemente incollate; per modelli maggiori e carichi più pesanti si ricorre in genere a seta o nylon, cucendo le corde per maggior sicurezza. Ricordiamo l'equazione basilare: R = 0,5 pV2CdS si può vedere che la resistenza incontrata da un paracadute aumenta proporzionalmente alla sua sezione trasversale, cosicché uno da 60 cm è caratterizzato da una forza frenante quattro volte maggiore di quella tipica di uno da 30 cm. Tutto ciò si risolve in un ritorno a terra più lento, perché si può dire, in prima approssimazione, che al raddoppiare delle dimensioni del paracadute la velocità di discesa diventa quattro volte più piccola. E' importante ricordare che a volte non è bene che il modello ritorni giù troppo lentamente, perché l'area di lancio può essere limitata e circondata da edifici o linee elettriche. Del resto un paracadute eccessivo porterebbe il modello abbastanza lontano, mentre uno troppo piccolo provocherebbe un ritorno troppo brusco e comunque insufficiente a prevenire ogni rischio. Ogni modellista deve perciò affidarsi alla propria esperienza e giungere cosi a un compromesso, ricordando che la grandezza su cui deve giocare è soprattutto la dimensione trasversale del paracadute. I materiali da costruzione sono molteplici e a volte impensabili: si vedono in giro paracadute realizzati con fogli di plastica, fazzoletti, seta, nylon, carta e anche fogli metallici (questi ultimi però in genere non si aprono bene). A meno che non si abbia l'intenzione di fare le cose in grande, la tendenza generale è rivolta alle soluzioni più semplici e quindi più economiche. Le corde possono essere di nylon, di spago o anche di elastico: per attaccarle al telo si ricorre a pezzi di carta adesiva o anche a nodi (come si vede nella fig. 91. Per sistemare un paracadute nel corpo del modello conviene seguire le istruzioni della fig. 89, tenendo presente che si tratta di una tecnica facilissima da imparare, ma non per questo poco importante: bisogna difatti curare abbastanza questa fase, piegando il paracadute in maniera tale da evitare che al momento opportuno possa non aprirsi. Per questo motivo non bisogna mai forzarlo nel corpo ma piegarlo, come si vede nella fig. 89, in modo da ottenere alla fine un cilindro sottile e compatto; per dare un ordine di grandezza si può dire che si riesce facilmente ad alloggiare un paracadute di 50 cm di lato - o di diametro - in un corpo di 2 cm di diametro. A complemento delle istruzioni della fig. 89 possiamo far presente che, come si vede nel disegno F, quasi tutti i modellisti eliminano il rischio che le corde si intreccino avvolgendole intorno al paracadute arrotolato: è una soluzione pratica e facile e che perciò consigliamo senz'altro. Analogamente a quanto visto in precedenza per altri tipi di dispositivi .di recupero, è bene tener presente che i gas caldi sviluppati dalla carica di espulsione costituiscono una sorgente di danno, perché possono bruciacchiare o qualche volta fondere la tela del paracadute: a scopo precauzionale si ricorre perciò alla solita guaina protettiva realizzata in carta o in tessuto. In fig. 19 risultano chiare le modalità di costruzione, tenendo però presente che le dimensioni indicate non sono vincolanti in quanto devono adattarsi alla grandezza del paracadute e del corpo del razzo: una guaina ritagliata da un rettangolo grande come quello della fig. 19 può andar bene al massimo per paracadute e modelli rispettivamente di 40 e 2,5 cm di diametro. Una confezione come quella mostrata si rivela particolarmente efficace perché è in grado di costituire effettivamente una protezione contro i gas della carica di espulsione; questo problema ha sempre assillato i modellisti: per quanto ne sembri adesso facile e immediata la soluzione, tuttavia è occorso un po' di tempo e l'intuizione di Richard D. Keller (1958) per risolverlo. A conclusione del capitolo diamo ora due consigli che ci sembrano utili e che il modellista dovrebbe sempre ricordare: 1. Le guaine andrebbero ritagliate a più esemplari alla volta per eliminare il pericolo di restarne privi al momento del lancio. 2: Per proteggere ancora più efficacemente il paracadute si può ricorrere a un tampone di feltro, ovatta, stoffa, sistemato subito dietro alla guaina protettrice. Pur essendo in genere soddisfacente il funzionamento di un paracadute costruito anche da un modellista inesperto, tuttavia è bene prestarvi un po' di attenzione, perché la fase di rientro a terra è senza dubbio la più pericolosa: abbiamo già fatto cenno ai vari tipi di incidenti che possono capitare - lacerazione della tela, rottura o distacco delle corde - e che perciò invitano alla prudenza. Quando si vola poi a temperature climatiche molto basse è bene evitare l'uso di teli in plastica, in quanto diventano rigidi e poco maneggevoli. |
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